E se potessi salvare tempo per le tue ricerche?
Forager, due nuove skill per le landing page e cosa sta cambiando davvero nel fundraising.
Una premessa importante prima di iniziare con questo nuovo numero di Inneschi.
No, non mi sono dimenticato del corso sugli agenti AI per il fundraising. È solo che si sono presentate due questioni.
La prima, puramente tecnica: fa caldo, ce lo diciamo da settimane. E il mio MacBook Air senza ventole integrate si surriscalda in continuazione, rendendomi praticamente impossibile registrare i video. Ma ho risolto. Se non riesco a pubblicarlo ad agosto, uscirà sicuramente nei primi giorni di settembre.
La seconda è più strategica. Nel mondo dell’intelligenza artificiale le cose cambiano a una velocità impressionante. A volte faccio fatica anch’io a stare dietro a tutte le novità, e non aveva senso registrare un corso che rischiasse di essere già vecchio dopo poche settimane. Ho aspettato un po’ perché mi sembrava che alcuni strumenti stessero finalmente trovando una forma più stabile. Direi che ci siamo.
È uscito Forager. E credo che ti farà risparmiare parecchio tempo
Ci siamo passati tutte e tutti.
Ti danno un nome: un imprenditore, una persona che ha fatto un grande lascito a un’altra organizzazione, il presidente di una fondazione.
E parte la caccia.
Google. LinkedIn. Visura camerale. Bilanci. Chi lo conosce. Chi potrebbe presentartelo.
Un pomeriggio intero che se ne va, prima ancora di aver scritto una mail.
E sai già che la settimana dopo ricomincerai da capo con un altro nome.
Forager fa proprio quella parte del lavoro.
Scrivi un nome, vai a prenderti un caffè e, quando torni, trovi un profilo con tutto quello che serve: la capacità di donazione, gli interessi, gli incarichi, le connessioni utili e i link alle fonti, così puoi verificare tutto.
Poi continua ad aiutarti. Ti ricorda chi sarebbe meglio richiamare oggi, prepara una prima bozza della mail nel tuo stile e ti mette insieme gli appunti da avere davanti durante una call.
La cosa che mi piace di più, però, è un’altra.
Funziona sul tuo computer. I dati dei tuoi donatori non vengono mandati su server di qualcun altro. Restano sul tuo Mac o sul tuo PC.
E il progetto è open source. Se vuoi capire come funziona, puoi farlo.
La parte davvero importante del lavoro, però, resta tua.
Guardare una persona negli occhi. Capire cosa le sta a cuore. Costruire la relazione. Chiedere nel momento giusto.
Forager si limita a toglierti tutto quello che viene prima:
https://forager.michelangelogigli.it/
C’è un modo di scrivere che raccoglie di più. E quasi nessuno lo insegna.
Se ti è mai capitato di dover scrivere una landing page per una campagna, conosci quella sensazione.
Da dove comincio?
Cosa metto nel titolo?
Quanto deve essere lungo il testo?
Che pulsante funziona meglio?
La risposta, in realtà, è già lì fuori.
Ho analizzato 21.246 landing page del non profit italiano: donazioni, 5x1000, lasciti, raccolte in memoria.
E la cosa che salta subito agli occhi è che chi raccoglie tanto non improvvisa.
Usa quasi sempre gli stessi schemi.
Apre in un certo modo.
Presenta il problema con una struttura precisa.
Mette la richiesta nel punto giusto.
Ripete formule che, negli anni, hanno dimostrato di funzionare.
Ho trasformato tutto questo lavoro in due skill.
La prima scrive la pagina.
La seconda progetta la struttura grafica: disposizione degli elementi, gerarchia, form, call to action.
Le copi dentro ChatGPT, Claude, Gemini o qualsiasi altro modello utilizzi, descrivi la tua campagna e ottieni una prima versione già molto vicina a quella definitiva.
Poi la sistemi con la tua esperienza.
Questo tipo di conoscenza, di solito, rimane dentro le agenzie. Ho preferito renderla pubblica.
https://github.com/Mic-Fundraiser/landing-fundraising-skills
Il record che nasconde una crepa
617,2 miliardi di dollari.
È quanto hanno donato gli americani nel 2025. Per la prima volta si superano i 600 miliardi: +5,7% rispetto all’anno precedente (+3% al netto dell’inflazione).
Il dato arriva dal Giving USA 2026, il rapporto più autorevole sulla filantropia americana. Settant’anni di serie storica.
Il titolo è facile: mai raccolto così tanto.
Poi però continui a leggere.
La quota di reddito disponibile destinata alla beneficenza è scesa all’1,7%. Nel 2000 era al 2,4%. Anche nel 2005 era al 2,4%.
Le donazioni crescono, ma meno della ricchezza.
In altre parole: gli americani hanno più soldi, ma ne destinano una quota sempre più piccola alle cause che sostengono.
Quel record, quindi, racconta solo una parte della storia.
L’altra arriva da un benchmark di Virtuous, costruito su 771 organizzazioni.
Su quattro nuovi donatori, uno solo torna a fare una seconda donazione.
Gli altri tre spariscono.
Per sempre.
E allora viene spontanea una domanda:
Se i donatori non aumentano e tre su quattro se ne vanno dopo il primo dono, da dove arriva tutta questa crescita?
La risposta è semplice.
Dalle persone che sono rimaste.
Il valore medio del singolo donatore è aumentato di quasi il 18%. La base è praticamente la stessa. Sono gli stessi donatori che donano di più.
C’è poi un dato che mi ha colpito più di tutti.
Quando si chiede alle persone perché non donano, una delle risposte più frequenti è disarmante:
“Perché nessuno me l’ha chiesto.”
Non perché non abbiano soldi.
Non perché non si fidino.
Semplicemente, nessuno glielo ha chiesto.
E credo che sia questo il dato più importante dell’intero report.
Perché il record dei 617 miliardi, letto bene, racconta una storia diversa.
Ci stiamo affidando sempre di più a un gruppo di donatori sempre più piccolo.
È un modello che funziona. Finché funziona.
Poi quelle persone invecchiano, si stancano o smettono di donare.
E dietro, troppo spesso, non c’è nessuno.
Perché tre nuovi donatori su quattro li abbiamo persi dopo la prima donazione.
E tanti altri non li abbiamo mai invitati a fare la prima.
Forse il record non è la notizia, ma la crepa che ci sta sotto.
Hai appena letto Inneschi, la mia newsletter che racconta o spiega come “innescare” il cambiamento partendo dalla raccolta fondi e dalle iniziative politiche.
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