Nelle ultime settimane, la Corte penale internazionale è tornata al centro dell’attenzione internazionale. Il 9 ottobre, il segretario di Stato americano Marco Rubio l’ha definita un «tribunale canaglia», annunciando nuove sanzioni per limitarne le risorse e ostacolarne le attività. Dopo aver colpito singoli giudici e procuratori, gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare direttamente la Corte come istituzione.
Pochi giorni dopo, il 22 ottobre, il Parlamento europeo ha assegnato alla Corte e ai suoi funzionari il Premio Sacharov 2026 per la libertà di pensiero, riconoscendone il ruolo nella difesa del diritto internazionale e nella lotta contro l’impunità.
Due decisioni di segno opposto, a pochi giorni di distanza, che raccontano quanto il futuro della giustizia internazionale sia oggi al centro del confronto politico.
Una vicenda che mi ha fatto tornare in mente una campagna di raccolta fondi che abbiamo realizzato a giugno con Eumans. Voglio raccontarvela perché credo contenga una lezione interessante per chi si occupa di fundraising.
A giugno, con Eumans, dovevamo finanziare un evento. Con costi molto concreti: un viaggio, delle riprese, una sala da riempire. La tentazione era scrivere la mail più ovvia del mondo: «Aiutaci a organizzare l’evento di Madrid».
Ho detto un chiaro no a questa proposta.
In dieci giorni sono arrivate 178 donazioni, per 7.283 euro. Qui racconto perché, e riporto esattamente cosa e come abbiamo fatto.
Un evento da finanziare
Solomy Balungi Bossa è giudice della Corte penale internazionale, l’unico tribunale al mondo che processa genocidi e crimini di guerra quando nessuno Stato lo fa. Per questo è stata colpita dalle sanzioni americane volute da Trump contro la Corte.
Eumans, insieme a Non C’è Pace Senza Giustizia, chiede da mesi all’Europa di proteggere la Corte attraverso l’attivazione del Blocking Statute.
Il 25 giugno la giudice avrebbe parlato all’Ateneo de Madrid. Per portarla lì, registrare il suo intervento e riempire la sala servivano soldi. E anche in fretta.
E ora la mail che non ho voluto mandare
Sarebbe andata più o meno così: «Il 25 giugno organizziamo a Madrid un evento con la giudice Bossa. Per coprire viaggio, riprese e promozione ci servono 8.000 euro. Sostienici».
Corretta e quasi inutile. Mette al centro l’organizzazione e i suoi problemi. Nessuno si sveglia la mattina con il desiderio di pagare un volo per un convegno: l’evento è un mezzo. L’evento stesso non genera emozione.
Il testo che ho voluto riscrivere
L’ask, firmato dai co-presidenti di Eumans non comincia dall’evento. Comincia da lei, e chiede a chi legge di mettersi al suo posto:
«Immagina di dedicare la vita a una sola cosa: dare giustizia alle vittime dei crimini più atroci. E ora immagina di svegliarti una mattina e scoprire che, per questo, sei stata punita.»
Subito dopo arrivano conseguenze che si capiscono senza conoscenze approfondite dell’argomento: non puoi più usare la carta di credito, non puoi pagare online, non puoi usare i servizi che usiamo tutti senza pensarci.
L’evento arriva solo a metà mail, come un capitolo della storia: la giudice salirà sul palco e racconterà cosa significa essere sanzionata per aver difeso le vittime. Poi la frase che mette donatrice e donatore al centro:
«Ma la giudice Bossa può arrivare a Madrid solo se tu la porti lì.»
Dal budget alla storia
Il budget non è sparito. È stato tradotto. Ogni voce di spesa è diventata una conseguenza per la protagonista:
il viaggio: «Con 30 euro contribuisci al suo viaggio verso Madrid, perché la sua testimonianza arrivi forte e chiara»;
le riprese: «Con 50 euro fai in modo che la sua voce venga registrata e diffusa in tutta Europa»;
il pubblico: «Con 100 euro riempi la sala […] Perché una giudice che parla a una sala vuota è una giudice lasciata sola».
L’ultima riga fa la cosa più difficile: prende la voce di spesa più invisibile, la mobilitazione delle persone, e la trasforma nella più emotiva.
Tre mail, una storia
La sequenza era semplice: l’ask il 15 giugno, in italiano e in inglese; il 19 un sollecito con lo stesso testo, un oggetto più insistente e i dati per il bonifico; il 26, il giorno dopo l’evento, il grazie.
Il grazie è l’ultimo capitolo
Il grazie poteva essere un resoconto: chi c’era sul palco, quante persone in sala, com’è andata la serata. Invece riprende la storia esattamente dove l’ask l’aveva lasciata. Dopo due paragrafi, una riga sola:
«L’hai portata lì tu.»
Poi quello che la giudice ha raccontato sul palco: lo stipendio che riceve ma non può trasferire, perché quasi tutti i bonifici passano dal sistema SWIFT; i soldi che non può mandare alla famiglia in Uganda; il conto che condivideva con il marito che non c’è più, bloccato anche quello. Una “caccia alle streghe”, l’ha definita lei.
E il grazie usa le stesse parole dell’ask. La sua testimonianza «meritava di arrivare forte e chiara». Chi aveva dato 30 euro per il viaggio legge che il viaggio c’è stato. Chi ne aveva dati 100 per riempire la sala legge che la sala era piena.
In fondo all’e-mail, un video che ho registrato io in cui la giudice ringrazia chi ha donato.
Com’è andata
7.283 euro da 178 donazioni in dieci giorni: 41 euro di media, il 91% dell’obiettivo di 8.000 euro.
Quattro regole per la prossimo ask
Il budget è per te, la storia è per chi dona. Scrivi il budget, poi tienilo fuori dalla mail. Il budget non crea emozioni, anzi, raggela un po’ tutto.
Traduci ogni costo in una conseguenza. Non «spese di viaggio», ma «la porti a Madrid».
Dai a chi dona un ruolo nella storia. «Può arrivare a Madrid solo se tu la porti lì.»
Chiudi la storia nel grazie. Con la voce della protagonista e con le stesse parole dell’ask, non con il resoconto dell’evento.
Le persone non finanziano un evento. Finanziano quello che l'evento rende possibile: in questo caso, che una giudice sanzionata per aver difeso le vittime non parlasse a una sala vuota.
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