Se uccidi un gatto, devi costruire una moschea
Viaggio ad Istanbul, la capitale dei felini, tra devozione millenaria, lezioni inaspettate di fundraising e una rete di solidarietà in grado di fermare anche la politica.
Innanzitutto: quanto è bella Istanbul? Non ricordo nemmeno da quanti anni fosse lì, questo mio piccolo sogno nel cassetto che aspettava il momento giusto per realizzarsi. E non solo ha superato ogni aspettativa, ma mi ha lasciato dentro una vibrazione unica, qualcosa che nessun’altra città era mai riuscita a trasmettermi.
Passeggiando per le sue strade, si respira una storia straordinaria. La coesistenza millenaria di fedi diverse ti avvolge: ascoltare il canto dei Muezzin che si rincorre nell’aria tra Santa Sofia e la Moschea Blu, proprio all’ora del tramonto, è un’esperienza sensoriale quasi magica. E poi, tra moschee maestose, chiese nascoste, cisterne sotterranee, incontri loro. I veri sovrani di Istanbul: i gatti.
Passeggiando per la città, uscendo dalle porte di locali, palazzi, (o magari proprio del tuo hotel), senti quei miagolii molto ruffiani e all’improvviso qualcuno che si struscia addosso a te alla ricerca di una coccola, o più probabilmente di cibo. Arricchiscono e danno quel tocco di particolarità unica ad una città già di per se incredibile.
I sovrani di Istanbul
A Istanbul i gatti sono letteralmente ovunque. Riposano tranquilli sui tappeti secolari delle moschee, occupano i tavolini dei caffè, dominano i tetti e le sedie dei ristoranti. Nessuno li scaccia, mai. I negozianti lasciano sempre fuori una ciotola d’acqua fresca e del cibo. La municipalità ha persino installato distributori automatici che erogano croccantini in cambio di bottiglie di plastica riciclate (o di lire turche nelle zone più turistiche).
Ho passato qualche giorno lì e, inevitabilmente, la mia mente ha smesso per un attimo i panni del turista per indossare quelli del fundraiser. Mi è sorta spontanea una domanda: come si sostiene, economicamente e strutturalmente, questa gigantesca macchina sfama-gatti?
Ma prima: perché ci sono così tanti gatti a Istanbul?
Le stime parlano di un bacino che oscilla tra i centomila e oltre un milione di felini urbani. Tutto inizia via mare. Le navi mercantili, fenicie, romane, poi ottomane li imbarcavano per proteggere i carichi dai topi. Molti scendevano e, semplicemente, restavano. Istanbul è stata per secoli l’hub logistico del Mediterraneo, lo snodo cruciale della via della seta e delle spezie. Ogni nave era una colonia felina itinerante.
Una volta a terra, l’ambiente era perfetto. La città ottomana era costruita quasi interamente in legno, il che significava topi, e i topi significavano cibo in abbondanza per cacciatori professionisti. Da utili predatori, sono diventati necessari, fino a integrarsi totalmente nel paesaggio domestico.

C’è poi un fattore culturale e religioso potentissimo. Nella tradizione islamica, il Profeta Maometto amava i gatti, considerandoli animali ritualmente puri, a differenza dei cani. Un proverbio turco recita:
Se uccidi un gatto, devi costruire una moschea per essere perdonato.
Ma non fermiamoci alla sola devozione, anche perché molti dei quartieri in cui i felini sono trattati meglio sono proprio i più laici. Più che da una semplice abitudine antica, la cultura ottomana ha trasformato la cura degli animali in un dovere per tutti. Quando il sultano Abdul Hamid II salì al trono nel 1876, nel suo palazzo c’erano già 1.500 gatti
Il fundraising
Sotto la magia di Istanbul opera una macchina di raccolta fondi efficiente, che viaggia su tre epoche diverse, tutte vive nello stesso isolato.
Il primo è il livello invisibile del waqf, un’invenzione ottomana di cinque secoli fa: si vincola un bene (come un immobile) e la sua rendita finanzierà i pasti dei gatti in eterno. Che senso ha rincorrere donazioni spot ogni mese se puoi strutturare una rendita continuativa?
A questo capitale di base si è aggiunto, nei secoli, il mancacı, un antico venditore di strada che raccoglieva gli spiccioli dei passanti per nutrire i randagi 'in nome di Dio', agendo come un vero fundraiser di prossimità.
Infine, l’innovazione tecnologica: oggi i distributori automatici Pugedon erogano croccantini in cambio di bottiglie di plastica, convertendo a costo zero un rifiuto in una risorsa.
Tre strumenti diversissimi che non si cannibalizzano mai, perché intercettano target e funnel differenti: il mecenate istituzionale, la micro-donazione del passante e il riciclo dell’abitante.
I gatti di Istanbul non vivono da sovrani solo per il cuore d’oro dei turchi, ma perché si appoggiano su un ecosistema economico diversificato e molto forte. Una causa forte non deve mai dipendere da un unico canale di acquisizione. Combinando la solidità che può dare una rendita, il gesto quotidiano del donare, e una tecnologia come quella del riciclo della plastica in cambio di cibo, stai costruendo un modello che funziona.
I gatti non si toccano, caro Erdoğan
C’è una linea rossa che persino il potere politico più consolidato ha imparato a non oltrepassare. Quando di recente il governo di Erdoğan ha tentato di forzare la mano con una controversa riforma per rastrellare e allontanare gli animali di strada dalle città, la reazione di Istanbul è stata immediata e chirurgica: una vera e propria insurrezione civile.
Che senso avrebbe per un esecutivo sfidare frontalmente un intero tessuto sociale su un tema così visceralmente identitario? La risposta è nei numeri del consenso. In Turchia puoi polarizzare l’elettorato sull’inflazione, sui tassi di interesse o sulla geopolitica, ma l’ecosistema di cura che tutela gli animali di quartiere è una variabile intoccabile.
L’amministrazione centrale ha dovuto fare i conti con una verità pragmatica e spietata: colpire questa infrastruttura invisibile significa alienarsi un bacino elettorale vastissimo e trasversale, capace di unire laici e religiosi, progressisti e conservatori. Il potere è stato costretto a misurare i propri passi, frenato dal rischio di un contraccolpo incalcolabile.
Quando un’istituzione culturale sopravvive intatta a cinque secoli di imperi e repubbliche, pensare di smantellarla con un decreto non è una mossa audace. È un suicidio politico.
Una lezione importante
Alla fine del mio viaggio, ho capito che la grandezza di Istanbul non sta solo nelle cupole dei suoi palazzi, nella sua storia millenaria o nel Bosforo. Sta in quel patto silenzioso stipulato secoli fa tra esseri umani e felini, sostenuto ogni giorno da una macchina di dono che non conosce crisi. Una rete così forte da fermare la politica e tenere in piedi una colonia enorme. Una lezione di fundraising e civiltà.





